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Mondiali di Calcio 2018

Sogni e illusioni Mondiali

C'è fermento, alla stazione della Ferrovia Transiberiana di Ekaterinburg, dove in molti si aspettano di veder transitare domani la nazionale Argentina, che stasera forse ballerà l'ultimo passo di un malinconico tango
C’è fermento, alla stazione della Ferrovia Transiberiana di Ekaterinburg, dove in molti si aspettano di veder transitare domani la nazionale Argentina, che stasera forse ballerà l’ultimo passo di un malinconico tango.
Ma in attesa dei destini dell’Albiceleste qui, oltre gli Urali, Giappone e Senegal hanno dato vita a una partita di esaltante intensità. Giunte in Russia come outsider, hanno entrambe le carte in regola per passare agli ottavi, anche se il Senegal dovrà giocarsela con la rediviva Colombia che, con giocate veloci e fantasiose, ha riscattato la sconfitta coi nipponici e sancito la poco pronosticata eliminazione della Polonia. La sfida tra i Cafeteros e il Senegal si prospetta come una dei match più emozionanti di questa prima fase e, comunque finirà, sarà un peccato.

Intanto l’umore del paese ospitante oggi è abbastanza tetro. Dopo le illusorie sbornie con le effimere compagini saudita ed egiziana, la nazionale di Putin le ha buscate dall’Uruguay e non può nemmeno sperare nel tabellone bislacco che i flop di tante favorite sta configurando: le toccherà la Spagna, comunque reduce da un faticoso pareggio contro l’orgoglioso Marocco.

Del resto il rapporto tra i russi e il calcio è sempre stato complicato, essendo uno sport che poco si presta alla pianificazione e ai piani quinquennali, nonostante quello che si ostinano a sostenere i mental coach e i guru dell’organizzazione applicata allo sport. Se nel dopoguerra il mito della superiorità dell’homo sovieticus si basava su Gagarin e i successi a ripetizione in numerose discipline come il volley e l’atletica leggera, il palmares del football marxistaleninista non è andato oltre alla prima edizione degli Europei nel 1960. Dopo si perse in un languore brezneviano, che tanto sarebbe piaciuta a Sergej Dovlatov vero cantore della sonnolenta mediocrità che afflisse il regime dopo gli eccessi staliniani. I romanzi di Dovlatov, pubblicati in Italia da Sellerio, hanno il pregio di essere molto divertenti e di svelare il mal sottile del socialismo reale: la noia.

Questo potrebbe spiegare perché anche gli improvvisi talenti prodotti dai vivai russi si siano dissolti, al contatto con il competitivo agonismo occidentale, come degli Oblomov sfiancati dalle idee liberali. Esemplari furono Igor Belanov, che dopo il Pallone d’Oro conquistò buoni ingaggi ma prestazioni disastrose; o Andrej Arsavin, che dopo aver regalato perle sopraffine agli Europei del 2008 fece mal spendere molte sterline all’Arsenal. L’Unione Sovietica era un ricordo, Dostoevskij evidentemente no. Fossimo nei dirigenti della Juventus ci penseremmo prima di acquistare Golovin, ieri tenuto in panchina: forse per risparmiarlo in vista degli ottavi, forse per salvaguardare la sua quotazione di mercato.

Chi non ha bisogno di questi mezzucci è uno dei protagonisti di queste prime giornate, ovvero il centravanti inglese Harry Kane, che insieme ai suoi compagni e all’allenatore Gareth Sothgate sta ridando dignità al calcio dei maestri sia per la qualità del gioco che per lo stile. In questo sport assediato dall’isteria, dai tatuaggi e dai look psicopatici, l’eleganza del CT e la sobrietà del giocatore sono una vera catarsi di chi ancora pensa che la magia del football sia nella sostanza e nel sorriso di chi ha semplicemente un sogno: alzare la Coppa del Mondo.

Dasvidania, tovarishes.

26/06/2018
Simone Farello
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