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Opinioni

Il mito del buongoverno

Contrariamente a quanto suggerirebbero le prime righe, questo articolo si occupa della performance del M5S a Roma. Ma la prende un po’ alla lontana. Sostanzialmente dall’Unità d’Italia. La responsabilità di questa digressione è da imputare, innanzi tutto, al fatto che la storia della cattiva amministrazione romana ha radici antiche
OPINIONI - Contrariamente a quanto suggerirebbero le prime righe, questo articolo si occupa della performance del M5S a Roma. Ma la prende un po’ alla lontana. Sostanzialmente dall’Unità d’Italia. La responsabilità di questa digressione è da imputare, innanzi tutto, al fatto che la storia della cattiva amministrazione romana ha radici antiche, come ci racconta per esempio Roberto Mazzucco ne I sicari di Trastevere, libro concepito qualche decennio fa, pubblicato postumo da Sellerio nel 2013 e noto allo scrivente solo da qualche mese. E da questi letto – confiteor – non per essere reso edotto sui dettagli di un antico scandalo urbanistico, pur meritevole della più ferma e indignata condanna, ma nella speranza che dall’intreccio fra resoconto e romanzo scaturisse un’avvincente trama poliziesca. Aspettativa realizzata solo in parte.
Ma il parallelismo fra l’Italia dei nostri giorni e quella nata dal Risorgimento non chiama in causa la “questione romana”, che aveva nell’Ottocento tutt’altro significato e culminò in una vittoria assai più sofferta di quella con cui Virginia Raggi è salita al Campidoglio. L’analogia riguarda piuttosto la “questione meridionale”, a cui fece da detonatore la constatazione, di poco successiva all’unificazione, che ampie aree del Mezzogiorno versavano in una condizione di arretratezza economico-sociale resa ancor più bruciante dal confronto con le regioni più sviluppare del centro-nord.
A sollevare il tema – ecco il punto che ci interessa evidenziare – fu una campagna di inchieste orchestrata da alcune delle menti e delle penne più brillanti del liberalismo italiano. Pasquale Villari, Sidney Sonnino, Giustino Fortunato fecero del meridionalismo un efficacissimo canale di denuncia della condotta della classe dirigente locale e nazionale.
Gli esponenti del M5S riproducono a modo loro quella vis polemica, amplificata non solo dal ricorso a linguaggi e mezzi di comunicazione postmoderni, ma anche dalla lunga sequela di episodi che attestano le oggettive difficoltà del nostro paese nell’arginare una propensione quasi endemica alla gestione distorta – se non apertamente corrotta – del potere pubblico.
E tuttavia i pentastellati, ancor più di quanto capitasse a quegli insigni antenati con i quali ci scusiamo per lo sconveniente accostamento, tendono a restringere il loro orizzonte alla verifica ossessiva delle virtù e dei vizi dei governanti, trascurando alcune decisive dinamiche strutturali. Furono Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, spiega Massimo Salvadori nel volume a cui il nostro articolo scippa il titolo, a cogliere la connessione fra la miseria delle popolazioni meridionali e la convergenza di interessi fra i grandi proprietari terrieri del sud e quelli industriali del nord. E a precisare che l’investitura di una nuova classe politica, anche se sinceramente determinata a impiantare finalmente il buongoverno, sarebbe stata puramente illusoria in assenza di una trasformazione sociale tanto radicale da spezzare quell’asse.
Ci sono molte ragioni per pensare che qualche cosa di simile valga per l’Italia di oggi.
Il caso di Roma sembra dimostrare che proclami, buona volontà e sforzi generosi profusi da amministratori teoricamente più onesti di altri sono frutto di un’analisi eccessivamente semplificatoria della realtà. E di conseguenza non riescono a scalfire il reticolo di interessi, convenienze, privilegi di cui la nostra società è intessuta e a cui nessun beneficiario intende rinunciare, a costo di perpetuare ingiustizie e inefficienze. In quest’ottica, la linea del M5S – anche nello iato fra retorica e prassi, con il susseguirsi di riunioni clandestine che fa a pugni con gli inni alla trasparenza e con le dirette streaming imposte agli avversari politici – si rivela miope, presuntuosa e palesemente inadeguata alla complessità dei problemi da affrontare.
19/09/2016
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