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Opinioni

L’età del terrorismo globale

È difficile mantenere i nervi saldi di fronte alla strage di Parigi. C’è tuttavia da augurarsi che riescano a farlo i vertici delle istituzioni francesi, europee e occidentali, evitando che la comprensibile emotività di questi giorni prenda il sopravvento sulla capacità di definire una risposta efficace agli attentati già consumati e in grado di prevenire per quanto possibile quelli incombenti
OPINIONI - È difficile mantenere i nervi saldi di fronte alla strage di Parigi. C’è tuttavia da augurarsi che riescano a farlo i vertici delle istituzioni francesi, europee e occidentali, evitando che la comprensibile emotività di questi giorni prenda il sopravvento sulla capacità di definire una risposta efficace agli attentati già consumati e in grado di prevenire – per quanto possibile – quelli incombenti. Risposta che dovrà necessariamente essere condivisa da una larga coalizione di Stati, sulla scia di quella formatasi dopo l’11 settembre 2001, la cui unità, peraltro, fu presto compromessa dalla controversa guerra all’Iraq.

Proprio ai terribili eventi di New York e Washington occorre tornare per provare a interpretare l’ondata di “nuovo” terrorismo che da tempo minaccia l’Occidente. Fu, quella, l’epifania di un islamismo armato in incubazione da più di un decennio, annunciato attraverso le azioni di Hamas e dei fondamentalisti nord africani, e rivelatosi al mondo con il volto di Al Qaeda. Lo shock fu notevole per gli Stati Uniti, direttamente colpiti dalle missioni suicide, ma anche per molti europei, fiduciosi di aver chiuso la stagione dei terrorismi storici. E a disilludere i più ottimisti piombarono gli attentati a Madrid nel marzo 2004 e a Londra nel luglio 2005; il primo dei quali, sia detto per inciso, provocò un numero di morti e feriti nettamente superiore a quello della notte parigina tra venerdì e sabato.

A quell’escalation terroristica va ricondotta per molti versi la vicenda dell’IS, se non altro perché quest’ultimo è un prodotto del radicamento qaedista in Iraq, favorito dal rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003. Sono numerose le analogie con Al Qaeda: l’ideologia di riferimento è il fondamentalismo di matrice sunnita, che non casualmente si scaglia anche contro il mondo sciita, come accaduto a Beirut qualche giorno fa; la centrale di comando tende a collocarsi in teatri di crisi o guerre civili, l’Afghanistan dopo la ritirata sovietica e l’autoproclamato Califfato a cavallo fra l’Iraq destabilizzato dall’intervento occidentale e la Siria coinvolta nella “primavera araba”; nel contempo, tale centro si pone in connessione con una rete di cellule, militanti e simpatizzanti situati in altre regioni e continenti, sfruttando le enormi potenzialità dello sviluppo tecnologico e informatico (l’ultima frontiera è la playstation); le azioni terroristiche sono realizzate con modalità variegate, compreso l’attentato suicida, anche se l’IS ricorre spesso a gruppi di fuoco e “guerriglieri metropolitani”; oltre ai nemici arabi, vengono colpiti bersagli genericamente occidentali, ma prevalentemente ospitati in paesi ritenuti responsabili di specifiche condotte, quella degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati a inizio millennio, o quella francese e russa più di recente. E ci sono similitudini anche nelle reazioni, se si pensa al concetto di guerra al terrore/terrorismo caro a George W. Bush e lo si accosta alle parole pronunciate in questi giorni da François Hollande, tra le approvazioni dei commentatori.

Benché abbia adottato la categoria di “Stato”, che rimanda curiosamente alla politica territoriale dell’Europa moderna e solletica non poco l’interesse degli studiosi, l’IS è in grado di replicare il modus operandi globale proprio di Al Qaeda. Per un verso, quindi, la coalizione antiterrorismo – nel cui alveo è sperabile, ma non scontato, che gli europei riescano finalmente a sostenere una linea comune – dovrà adottare gli strumenti diplomatici e militari adeguati per sciogliere l’intricato nodo siriano-iracheno, che si riverbera sull’equilibrio complessivo del Medioriente; e, più in generale, gestire con maggiore tempestività le altre crisi regionali, prima che diventino ingovernabili e terreno di coltura di “santuari” islamisti. Il compito è tutt’altro che agevole, come attesta la contraddizione finora irrisolta fra il desiderio di indurre alla democratizzazione i regimi arabi moderati, ma autoritari, e il rischio di lasciare campo libero all’affermazione del fondamentalismo violento.

Per altro verso, l’Occidente e soprattutto l’Europa dovranno guardare al proprio interno, sia per predisporre misure – più o meno emergenziali – di tutela dell’ordine pubblico, sia per ragionare sulle dinamiche di ampio respiro. È noto che potenziali terroristi ambiscono a confondersi fra migranti e rifugiati, circostanza che consiglia – se mai ce ne fosse bisogno – di non tergiversare ulteriormente di fronte all’immane questione dei flussi migratori e del diritto d’asilo che assilla da mesi i governi dell’Ue. Ma occorre prendere definitivamente coscienza del fatto che il terrorismo più pericoloso e insondabile è quello che conta sul protagonismo o sulla complicità di individui che sono già cittadini europei. Il loro inserimento nel tessuto economico-sociale e la loro adesione ai principi della convivenza democratica, pur nel rispetto delle culture di origine, sono auspicabili per tante ragioni, non ultima la sicurezza individuale e collettiva che le nostre società cercano faticosamente, e non sempre con successo, di coniugare con i diritti e le libertà di tutti.
19/11/2015
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