Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Lo Spazio

La crisi in Egitto vista da Alessandria

Incontriamo Ahmed Osman, mediatore culturale da anni in Italia, ma nato e vissuto in Egitto, per farci raccontare, dalla voce di chi riceve quotidianamente notizie di prima mano, qual è la situazione nel Paese
LO SPAZIO - Ahmed Osman vive in Italia ormai da molti anni, conosciuto come voce autorevole sul territorio in tema di immigrazione e facilitatore nel processo di mediazione e inserimento di chi, da un Paese straniero, si trasferisce ad Alessandria. Grazie al suo aiuto proviamo a ricostruire cosa stia succedendo in Egitto, sua terra natale dove tuttora risiedono suoi parenti e amici: un punto di vista sicuramente privilegiato per cogliere luci e ombre di una situazione sempre più complicata da decifrare, anche per il clima 'di regime' che ostacola sempre più un'informazione libera e non ideologica. 

Dr. Osman, da dove possiamo partire? Per chi vive in Italia è difficile comprendere cosa stia accadendo oggi in Egitto...

Lo è anche per noi che siamo egiziani. Ho ricevuto la notizia del rilascio di Mubarak con un misto di stupore e smarrimento. Non sono riuscito a darmi una risposta e non sono riuscito a rispondere agli amici che mi chiedevano cosa stesse succedendo in Egitto. L'unico modo per parlare della situazione del mio Paese oggi é quello di cominciare dal momento in cui ho deciso di uscirne.
Tredici anni fa il Paese era giá arrivato al punto in cui i giovani non trovavano più alcuna speranza per un futuro migliore e la partecipazione civile era, oltre che ridotta al minimo, rischiosa e inconcludente. Gli egiziani non conoscevano elezioni democratiche ed erano abituati alla corruzione e all'indifferenza.
Fino al 2005 si eleggeva il Presidente della Repubblica con un Referendum che rinnovava il mandato a Mubarak e, soltanto dopo la pressione americana di Bush, sono state organizzate per la prima volta delle elezioni aperte a diversi candidati. Il regime era ormai talmente radicato nella società e nelle istituzioni egiziane che il risultato premiò lo stesso Mubarak.

Poi però qualcosa è cambiato. Come sono state vissute le prime voci di una possibile rivolta?
Dopo tanti anni di rassegnazione e crisi economica, in effetti é arrivato il vento rivoluzionario dalle piazze tunisine a ridestare il Paese. La maggiore diffusione delle informazioni e le notizie sugli avvenimenti internazionali ha incoraggiato i giovani che hanno cominciato a prendere coscienza della situazione. Mentre prima la televisione trasmetteva solo le notizie di regime, grazie ad internet e ai social network, ora si é molto più informati e consapevoli. Il 25 gennaio 2011 rimane la data simbolo dell'inizio della Rivoluzione del popolo egiziano contro un sistema che mi sento sicuramente di definire corrotto ed escludente. Con difficoltà vengono riorganizzate elezioni democratiche e, per la prima volta, si formano code di cittadini assetati di cambiamento e partecipazione. Cogliere il clima che si respira in un paese straniero dall'Italia non è certamente facile, ma la sensazione era davvero quella di un popolo, quello egiziano, il cui orgoglio si stesse riaccendendo, trascinando nell'entusiasmo anche chi viveva ormai fuori dal Paese da tempo. Per la prima volta anche i cittadini residenti all'estero hanno potuto votare per il Presidente presso le ambasciate. Il sogno democratico di chi aveva lasciato il paese con la tristezza nel cuore sembrava sul punto, finalmente, di realizzarsi. La gente si sentiva più libera, i giovani sono tornati a partecipare attivamente alla vita sociale, sono nati nuovi gruppi politici e associazioni di vario genere. Nonostante questa atmosfera di multiforme attivismo, praticamente l'unico gruppo politico radicato e impegnato nel sociale era quello dei Fratelli Musulmani, che infatti in quell'occasione viene premiato ed eletto dal popolo. Presto però i Fratelli Musulmani vedono diminuire il loro consenso a causa di innegabili errori politici e organizzativi.

In molti si sono sentiti sempre meno riconosciuti dall'esperienza di governo dei Fratelli Musulmani, ma nessuno si aspettava forse che la situazione potesse precipitare a questo modo...
Sì, in effetti è proprio così. Fino al 30 giugno di quest'anno, quando il neonato movimento Tamarod ha raccolto milioni di firme contro il malgoverno di Morsi (nella foto) e ha invitato le folle a riempire le piazze, l'Egitto aveva ancora il sogno di correggere gli errori dei Fratelli Musulmani, che pure secondo me ci sono stati, in modo democratico. Si chiedevano elezioni anticipate e modifiche sulla Costituzione, approvata in fretta ma con pochi rappresentanti politici. A questo punto però i militari e gli ex del regime di Mubarak hanno mostrato la loro vera faccia, detenendo una concentrazione straordinaria di potere nelle loro mani edesercitando così un controllo politico, economico e mediatico incontestabile. In Egitto l'esercito ha sempre avuto un peso grandissimo, con diversi ministeri direttamente sotto il controllo di graduati delle forze armate.

Quali sono le condizioni che hanno portato al colpo di Stato?
I problemi più grandi che Morsi ha affrontato riguardavano l'economia, la giustizia, l'energia e la sicurezza. Oggi i ministri del governo "golpista" responsabili di questi settori sono stati reincaricati. Questo spiega il loro coinvolgimento nell'ostacolare il governo Morsi, primo presidente eletto democraticamente e che non ricopre una carica militare. A livello internazionale, gli Stati Uniti, l'unico paese che davvero potrebbe avere un ruolo decisivo nel fermare i massacri quotidiani compiuti direttamente dai militari, hanno deciso di "non decidere" e non hanno riconosciuto formalmente il colpo di stato. L'America intrattiene dei rapporti particolari con l'esercito egiziano, donando 1,3 miliardi di dollari come aiuti militari. Riconoscendo il colpo di Stato non dovrebbero più stanziare questi "aiuti" e perderebbero la fedeltà dei generali. L'Arabia Saudita, che ancora ospita il dittatore tunisino Ben Ali, è sempre stata contro il processo democratico per paura dell'accendersi della miccia anche contro il regime monarchico saudita. La stessa cosa vale per gli Emirati Arabi, la Giordania e il Kuwait. L'Unione Europea si é dimostrata nuovamente "non unita" lasciando ogni paese alla sua presa di posizione e soprattutto attenta a salvaguardare i grandi interessi economici con un partner di una certa importanza come l'Egitto.

Osservatori indipendenti parlano di una grandissima manipolazione mediatica che sta interessando il Paese. Questo rende ancor più complicato ricevere informazioni attendibili. Lei che ha contatti quotidiani con familiari e amici ancora in Egitto può provare a spiegarci la situazione? Anche perché ogni manifestazione di dissenso pare destinata a finire nel sangue...
Nell'indifferenza più o meno palesata i militari hanno preso tutti i poteri e imposto la "legge di emergenza" per la quale é possibile arrestare chiunque o sparare senza autorizzazione in assenza di motivi precisi ma semplicemente in nome dell'ordine pubblico e con il fine di eliminare gli oppositori. I media egiziani ormai propongono un unico punto di vista, quello golpista, che demonizza gli oppositori e trasmette l'idea di una presunta lotta contro il terrorismo. Sintonizzando la tv sui canali egiziani compare fisso in sovrimpressione lo slogan: "egypt fight terrorism". I giornalisti "liberi" vengono seguiti e presto arrestati, i manifestanti picchiati e uccisi sulle piazze e i politici perseguitati anche all'estero.

Non tutti però stanno accettando quanto sta accadendo, e anche il fronte di opposizione a Morsi si sta frammentando. C'è chi non ha accettato la svolta violenta dei militari operata con il golpe?
L'ex premio nobel El Baradei, anche se inizialmente appoggiava il colpo di stato, dopo i massacri di Rabaa si é dimesso dalla carica di vice presidente rifiutando i metodi violenti e il ritorno del regime. Ma per questo è stato presto accusato di alto tradimento dello Stato, accusa per la quale se dovesse rientrare nel Paese, esiste la pena di morte. Come lui, tantissimi politici, giornalisti e personaggi pubblici sono stati arrestati o uccisi per far dilagare la paura e fare da deterrente per gli oppositori. Ma nonostante questo, a distanza di circa due mesi, dopo gli innumerevoli arresti e i tantissimi morti civili, le strade e le piazze sono ancora piene di gente che non si arrende. I militari continuano la politica fascista, discriminante e violenta difendendo un governo irrigidito e sempre più solo a livello internazionale. Gli errori politici dei Fratelli Musulmani e del presidente Morsi sono un dato di fatto: ma il movimento ha sempre agito in modo non violento e nessun attacco terroristico é mai stato confermato dai leader. La prova di questo é che hanno vinto le elezioni per quattro volte regolarmente e che non potevano essere messi da parte dai militari sbrigativamente perché non ne sussistevano i motivi. Negli ultimi giorni i militari cercavano di avere l'appoggio esterno accusando gli oppositori di aver bruciato le chiese, anche se le ultime notizie parlano di delinquenti e malavitosi che cavalcano il caos del momento per compiere atti criminosi e violenti. Alcuni esponenti religiosi cristiani, intervistati dalla stessa TV Egiziana, hanno denunciato gli attacchi e i roghi parlando di criminali a volto coperto ma non hanno mai esplicitamente parlato di fratelli musulmani o di islamisti.

Il fronte di opposizione ai militati è omogeneo?
No, ma ciò che veramente accomuna è il rifiuto della violenza. La composizione della folla che manifesta nelle piazze del Cairo e delle maggiori città é abbastanza eterogenea. Al fianco dei fratelli musulmani ci sono tantissimi cristiani che aberrano le violenze dell'esercito e tanti laici che sperano in un governo finalmente democratico. Gli oppositori del generale Sisi sono molti ma, soprattutto, sono esponenti di varie parti della società e non solo islamisti. Tutti i morti nelle piazze non hanno fatto altro che creare rabbia e desiderio di rovesciare il governo incaricato. Sono numerosissime le famiglie egiziane in coda per recuperare i cadaveri dei loro cari caduti sulle piazze per mano dei militari senza scrupoli. Le notizie piú attendibili parlano addirittura di richieste di firmare certificati di suicidio o di morte per cause naturali in cambio della consegna dei cadaveri avvolti nei teli bianchi, ormai irriconoscibili e coperti da sacchetti di ghiaccio.

Come possono aiutare i nuovi media nel costruire un quadro il più fedele possibile della realtà?
Già dai tempi della Primavera Araba sono nati diversi gruppi e associazioni di giovani che fanno di Internet e della rete la loro arma contro il malgoverno e i soprusi. Un gruppo in particolare, RASSD aveva lanciato una campagna di partecipazione invitando gli aspiranti reporter ad inviare filmati alla redazione direttamente dalle piazze e dalle strade. Praticamente trasmettevano tutte quelle testimonianze e notizie che sulle televisioni di Stato non sarebbero mai passate. Si era diffuso una specie di orgoglio e senso della partecipazione che era ormai impossibile da tacitare soprattutto tra le giovani generazioni cresciute in un certo tipo di società. I fondatori di RASSD però sono stati perseguitati e arrestati dai militari fedeli a Sisi in queste ultime settimane.

La situazione appare davvero drammatica. Cosa potrà accadere nelle prossime settimane?
É difficile pensare ad una soluzione dei problemi e, in un momento in cui gli interessi internazionali sono così diversi, forse solo il popolo egiziano può avere la forza di proseguire nel tentativo di arrivare a nuove elezioni democratiche, scegliendo di riprendere i risultati dei metodi della rivoluzione del 25 gennaio 2011.
Tra gli scenari possibili certo auspicherei il fallimento del colpo di stato, la vittoria della resistenza degli egiziani e poi una consacrazione dalle urne.
Il finale drammatico però, con i militari che continuano con la forza e le violenze, sembra purtroppo vicino. Potrebbe iniziare una guerra civile perché ormai il popolo è diviso in due parti opposte. In un contesto così fluido potrebbero anche nascere facilmente gruppi jihadisti che, approfittando del sentimento di rabbia diffuso, raccoglierebbero probabilmente adesioni tra i giovani disperati. La strada dell'Algeria é vicina, ma almeno contribuire a fornire un'informazione corretta e non parziale può scongiurare alcuni pericoli. 
29/08/2013
Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus



Il gioiello di Cerreto
Il gioiello di Cerreto
Intervista a Marco Lodola e Giovanna Fra all'inaugurazione della loro mostra "Se Stasera Siamo Qui"
Intervista a Marco Lodola e Giovanna Fra all'inaugurazione della loro mostra "Se Stasera Siamo Qui"
Red Ronnie alla presentazione della mostra di Marco Lodola e Giovanna Fra
Red Ronnie alla presentazione della mostra di Marco Lodola e Giovanna Fra
Villalvernia ricorda le bombe
Villalvernia ricorda le bombe
L’originale Consorzio "Gli Ambulanti di Forte dei Marmi" a Tortona domenica 3 dicembre
L’originale Consorzio "Gli Ambulanti di Forte dei Marmi" a Tortona domenica 3 dicembre
Tony Coleman & Henry Carpaneto 5tet al Cinema Teatro Macallè  "Movie Blues"
Tony Coleman & Henry Carpaneto 5tet al Cinema Teatro Macallè "Movie Blues"
-->