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Sanità

Marforio: "investimenti? Prima pensiamo a evitare il fallimento"

A un anno dal proprio insediamento il direttore generale dell'Asl fa il punto sullo stato di salute economico e finanziario dell'Azienda Sanitaria Locale. "Il sistema è strutturalmente da riformare. Le responsabilità partono da lontano ma attenzione a non farsi strumentalizzare da chi difende il proprio primariato"
INTERVISTE - Abbiamo incontrato Paolo Marforio, direttore generale dell'Asl, per un bilancio sul primo anno alla guida dell'Azienda Sanitaria Locale, con particolare attenzione alla situazione economico finanziaria dell'ente e alle priorità per la salute dei cittadini più fragili. 

Dr. Marforio, cominciamo a fare chiarezza per i lettori: qual è il ruolo dell'Asl nel panorama sanitario provinciale? Quali sono le differenze di competenze fra l'Azienda Sanitaria Locale e quelle ospedaliere? 

La principale differenza fra un'azienda ospedaliera e quella territoriale (che, con i suoi 4200 dipendenti è l'azienda più grande della Provincia di Alessandria ndr) è che la prima ha fra le sue funzioni esclusivamente attività di tipo ospedaliero: diagnostica, cura e soprattutto specialità a bassa diffusione: cardiochirurgia, chirurgia toracica, alcune chirurgie vascolari, e, per queste branche specialistiche, è il riferimento di tutta la zona, non solo per la provincia di Alessandria ma anche per quella di Asti. L'azienda territoriale, come la stragrande maggioranza delle sue colleghe, è vero che ha al proprio interno una serie di ospedali (con vocazione più locale), ma deve garantire anche tutta la parte di sanità non correlata ai ricoveri ospedalieri: i medici di famiglia, i pediatri, la protesica, i farmaci che vengono passati dal servizio sanitario regionale, tutta la parte della medicina legale e delle idoneità, i nuclei di valutazione e assistenza domiciliare, la continuità assistenziale e la residenzialità per anziani e diversamente abili. Inoltre, ci occupiamo di vaccinazioni, di prevenzione e controllo sul funzionamento di alcune attività, come i servizi veterinari, di igiene pubblica, sicurezza sul lavoro, igiene alimentare e della nutrizione, ma svolgiamo un ruolo anche nella prevenzione attiva (per esempio riguardo alle patologie dell'apparato genitale femminile e i tumori del colon retto). L'Asl è articolata in distretti che sono rappresentazione territoriale di tutte le funzioni aziendali: mentre per le aziende come le Aso (aziende sanitarie ospedaliere) le spese sono al 100% ospedaliere, per noi la quota è inferiore al 45%. E' per questo che è soprattutto sulla rete ospedaliera territoriale gestita dall'Asl che sono possibili e necessari eventuali tagli e razionalizzazioni, specie a partire da quelle realtà che hanno volumi minori, come gli ospedali più piccoli. 

Parliamo del Piano Sanitario e del cambio dell’assessore: prima Monferino, oggi Cavallera. A che punto siamo? Cos’è cambiato? Molti hanno definito il piano caratterizzato da luci e ombre: difficile pensare si possa migliorare la qualità dei servizi per i cittadini effettuando tagli e accorpamenti di servizi...

Non c'è nulla che non abbia luci e ombre, e il Piano sanitario regionale non fa certo eccezione. Quello che è chiaro è che non c'è un assessore o un unico responsabile delle decisioni prese, ma viene fatto un percorso che, magari partendo da punti di vista differenti, cerca una sintesi. Il quadro di riferimento è fondamentale per capire alcune scelte. La Regione Piemonte è impegnata in un piano di recupero: non potrà fare investimenti finché non avrà risanato i propri bilanci, e questo comporta grandi limiti nella pianificazione. Speriamo che a breve da Roma arrivino indicazioni precise su cosa del piano verrà accettato o meno, così da avere almeno un quadro chiaro di riferimento. Fra gli aspetti positivi possiamo indicare il fatto che la Regione potrà accedere ai fondi straordinari per il pagamento degli arretrati ai fornitori: un passaggio importante per dare sollievo a una situazione pesante. Ovviamente non sono liquidi elargiti a fondo perduto e andranno resi. 

Il Piano Sanitario regionale prevedeva però due fasi: la prima di tagli e risanamento, immediata, la seconda di investimenti e riorganizzazione della sanità locale. In molti temono che la fase dedicata al miglioramento dei servizi (come quelli residenziali, di assistenza per malattie croniche, disabilità e lungodegenze) resti solo sulla carta, mentre i tagli saranno realizzati subito. A quando la fase due?

Va considerato che la fase due sarà possibile affrontarla solo quando ci saranno davvero tagli ai costi. Ma non solo: potrebbe non esserci una fase due, e magari il fallimento del sistema: questa è l'eventualità da scongiurare a ogni costo. La rete della Sanità non è più in grado strutturalmente di reggere i suoi costi. È chiaro però che riformare serva per non abbandonare soprattutto le categorie più fragili: anziani e disabili. Qualcosa abbiamo già iniziato a fare: a Valenza abbiamo aperto una ventina di posti letto, ad Alessandria abbiamo ampliato l’hospice il Gelso. E stiamo varando i progetti per l’infermiere di famiglia, su cui contiamo come figura importante per il ruolo che può avere a livello sociale. Sono piccole cose ma è un inizio. Dovrebbe essere abbastanza evidente che in Italia non è più tempo per fare debiti, ma è invece giunto il momento di pagarli, anche quelli del passato.

Ma qual è la reale situazione sul piano economico e finanziario?

Il volume di risorse da gestire si attesta su circa 173 milioni, cioè 12 milioni in meno rispetto allo scorso anno. Nel 2012 abbiamo chiuso il bilancio in pareggio: grazie al blocco del turn over e a diverse ottimizzazioni di risorse. Stiamo cercando di incidere soprattutto su quanto paghiamo ai fornitori per alcuni servizi, come il service radiologico, le spese di sterilizzazione, la mensa del personale. E proseguiamo un trend positivo per la riduzione dei costi in generale, a partire dalla spesa farmaceutica. Sul piano economico perciò i conti sono abbastanza in ordine. Il vero problema è dal punto di vista finanziario: dal 2008 al 2012 la mole di crediti che vantiamo nei confronti della Regione è raddoppiata: da 100 a 200 milioni, vale a dire circa 20 milioni all'anno. E' chiaro che sono cifre importanti sul nostro bilancio, che ci creano ulteriori problemi perché ci costringono a pagare interessi molto alti alle banche.

L’Ospedale di Alessandria ha recentemente sottolineato come parte delle proprie risorse vengano assorbite da interventi legati al territorio. Se questi venissero assolti dall’Asl ci sarebbero più risorse per gli aspetti di eccellenza e specialistici. E’ così?

L’Aso ha una quantità di ragioni enorme, ma in più di un'uscita pubblica ha dimostrato una certa miopia. Prima di tutto è bene ricordare che l'Ospedale di Alessandria non svolge solo funzioni di eccellenza, ma è anche ospedale di territorio e cardine per la città e l'area limitrofa, perciò è normale abbia anche una percentuale di interventi di routine. Le quote fra interventi specialistici (28% del totale) e di minore complessità (26%) sono in linea con i livelli di popolazione che l'Aso serve rispetto a noi. In realtà per alcune tipologie di intervento c'è una fuga dal nostro territorio a favore di ospedali e strutture in altre regioni e su questo possiamo e dobbiamo migliorare. 

Le polemiche sulla riorganizzazione degli ospedali di territorio e dei centri a minore specializzazione sono diverse. I cittadini lamentano che verranno meno loro servizi ai quali sono ormai abituati e che è meglio restino vicino a casa. Un caso su tutti è quello dell'Ospedale di Ovada e la richiesta di mantenere un presidio di anestesisti. Ma si potrebbero citare diversi casi: davvero non si può fare nulla per queste situazioni? 

Sulla questione dei servizi si è già parlato a lungo. Il principio non può che essere quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, offrendo loro la cura in strutture in grado di affrontare al meglio determinati interventi, con personale preparato. La richiesta di offrire tutto ovunque a costo di farlo male non è saggia, e tutto fatto bene ovunque non è sostenibile. Anche perché sono gli stessi cittadini a scegliere, quando hanno bisogno, strutture a più alta affidabilità, anche quando questo comporta spostarsi. A parlare sono i numeri. Sulla questione di Ovada abbiamo incontrato ancora di recente il comitato dei sindaci del distretto e abbiamo concordato di proseguire negli incontri per valutare al meglio come utilizzare le risorse. Da parte nostra non ci sono preclusioni, ma è chiaro che i fondi sono quelli che sono e se si privilegiano alcuni aspetti bisogna rinunciare ad altri. A me pare purtroppo che a Ovada in qualche caso le polemiche siano animate da chi, fra i professionisti, è interessato prima di tutto a difendere le proprie abitudini e comodità: per questo vogliamo parlare con i sindaci e le associazioni di volontariato, confrontandoci su dati concreti. Quello che è sicuro è che noi non spenderemo più di quello che possiamo permetterci, e siamo disponibili a ragionare sul come, avendo però al centro dei nostri pensieri i pazienti e non solo i desideri di chi vuole difendere il proprio primariato. 
24/06/2013
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