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Alessandria

Ospedale e rischio di epidemie: cosa si può fare?

Cosa viene fatto per impedire le infezioni e le epidemie in Ospedale? Quali sono le procedure nel caso in cui, nonostante le attenzioni del caso, si verifichino? Sono cambiati i rischi nel corso del tempo? Scopriamolo insieme
Abbiamo incontrato la dottoressa Grazia Lomolino, responsabile del servizio di controllo e prevenzione delle infezioni ospedaliere, che svolge con l’aiuto di 4 infermieri specializzati e appositamente formati, per farci raccontare cosa c’è dietro alla macchina organizzativa della struttura e come avviene quotidianamente la lotta contro possibili infezioni ed epidemie all’interno dell’Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria.

Dr.ssa Lomolino, cosa vuol dire concretamente prevenire e gestire il rischio di infezioni all’interno di un ospedale?

Quello del controllo e della prevenzione di eventuali epidemie è un servizio fondamentale, anche se spesso resta nell’ombra. Come è facile intuire la concentrazione di rischi all’interno di una struttura che ospita pazienti ricoverati per diverse tipologie di malattie è particolarmente alta. L’Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria ha in questo settore una lunga e consolidata tradizione. Io sono arrivata qui nel 1988 e dal 1991 mi sono stati affidati compiti specifici in questo ambito. Abbiamo formato più di 700 infermieri e l’aggiornamento in questo settore non è mai troppo.

Quali sono gli aspetti più delicati sui quali lavorate?

Le nostre attività si ripartiscono in due grandi categorie: quelle di sorveglianza e quelle di processo. Il nostro compito è controllare che le procedure previste per la massima sicurezza dei pazienti vengano rispettate e collaborare attivamente con tutti i reparti dell’Ospedale per migliorare costantemente le procedure adottate. La nostra struttura è stata pioniera delle pratiche di disinfezione e delle politiche di sterilizzazione e sorveglianza epidemiologica, lavorando costantemente per la valorizzazione delle competenze interne che possediamo. Abbiamo inoltre collaborato con le Università di Torino e Pavia. Siamo riferimento in particolar modo per le politiche di prevenzione della legionellosi.

Come avvengono concretamente i controlli?

Da un lato verifichiamo che vengano adottate buone pratiche in tutti i reparti, a partire dal lavaggio delle mani, seguendo gli standard dettati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Può sembrare banale ma la prevenzione comincia proprio da qui. Quando abbiamo iniziato le rilevazioni, molti anni fa, la frequenza e l’attenzione nella fase di lavaggio mani erano solamente a livelli medi, con gli infermieri di solito più scrupolosi dei medici. Oggi abbiamo standard molto alti e i risultati sono confortanti. Abbiamo un’equipe interna che gira per i reparti e fa continue ispezioni per verificare il grado di correttezza delle procedure previste. Il lavaggio delle mani comunque non è tutto: sorvegliamo alcune categorie di pazienti più esposti a rischi di contagio, come nel caso delle persone operate o alle quali vengono somministrate specifiche terapie, e monitoriamo l’assenza o la presenza di microorganismi “alert” nei vari ambienti, cioè quelli che possono essere indicatori di situazioni di possibile pericolo.

Ci sono ambienti più a rischio di altri?

I nostri controlli sono a 360 gradi e riguardano tanto le procedure assistenziali (come, per esempio, l’inserimento di cateteri), quanto per esempio le norme sull’isolamento prescritte per i pazienti infettivi, oppure la gestione delle piscine al Borsalino o la presenza di muffe e Aspergillus in ematologia, così come il controllo dei pazienti in dialisi. Il nostro lavoro prevede controlli sia di processo (cioè ciò che viene fatto da medici e infermieri) che ambientali (la condizione di tutti gli spazi dell’Ospedale, con particolare attenzione a sale operatorie, al reparto di ematologia e all’impianto idrico, per scongiurare il rischio della Legionella. Quest'anno per esempio abbiamo affrontato il discorso relativo alla profilassi antibiotica perioperatoria e al controllo delle polmoniti associate ai sistemi di ventilazione. Sono stati fatti audit di revisione dell'attività e siamo arrivati a definire una serie di protocolli di utilizzo degli antibiotici. 

Cosa succede se una persona si ammala in Ospedale?

L’Ospedale è un luogo, va ribadito, con una concentrazione di potenziali malattie più alta del normale: per questo è importante che pazienti e familiari vi stiano giusto lo stretto necessario. Per l’Ospedale ogni eventuale malattia o infezione non strettamente legata alla patologia di origine in un paziente può essere un costo molto alto da gestire, visto che sono previsti risarcimenti. C’è da dire che esiste la possibilità di distinguere fra reali responsabilità della struttura e situazioni particolarmente delicate, dove l’organismo è già così debilitato che le probabilità di contrarre nuovi problemi è particolarmente elevata, come negli stadi terminali di alcune patologie. Certamente operare al meglio per la sicurezza dei pazienti può essere non solo una cosa giusta di per sé, ma anche un notevole risparmio di risorse economiche per l’Ospedale, da reinvestire altrove.

Sono cambiati i rischi nel corso del tempo?

Ovviamente la popolazione di pazienti si modifica nel tempo e cambia anche lo scenario microbiologico da affrontare, come nel caso delle nuove minacce provenienti dall’India. In più, l’utilizzo generalizzato di antibiotici ha creato virus che si sono adattati, sono sempre più resistenti alle cure e difficili da debellare.

Sono previsti interventi di prevenzione anche nei confronti dei parenti che vengono a trovare le persone ricoverate?

Fatte salve le buone norme generali, che vorrebbero attenzione da parte dei visitatori nei confronti dei loro cari (e quindi, per esempio, uno scrupoloso lavaggio delle mani prima di ogni eventuale contatto), viene fatta internamente una distinzione fra categorie di pazienti più a rischio o meno. Per i casi più gravi i visitatori devono sottostare a norme molto precise e collaborare attivamente con i medici, dopo specifiche spiegazioni su come è necessario comportarsi, come nel caso della rianimazione. Qui ad Alessandria stiamo sperimentando la rianimazione “aperta”, consentendo ai parenti di rimanere accanto ai propri cari anche al di fuori delle classiche fasce di visita, ma serve ancora più attenzione per governare eventuali rischi per il passaggio di organismi pericolosi.

E nel malaugurato caso di un’infezione, cosa prevedono le procedure e i protocolli interni?

In effetti è difficile pensare che gli ospedali siano liberi dalle epidemie. Non si deve pensare necessariamente alla situazione eclatante, nel senso che due casi di rilevazione in un reparto a rischio per noi rappresentano già un cluster sufficiente ad attivare determinate procedure. Questo è il lavoro di decenni di miglioramento nel nostro settore: nel 1981 per esempio ci fu un’epidemia di Salmonellosi che portò anche a delle vittime. Con tutta la prevenzione attuale i rischi sono portati davvero al minimo, e possiamo dire di avere il più possibile la situazione sotto controllo, grazie alla costruzione di una rete capillare di buone pratiche e interventi quotidiani volti alla prevenzione.
Quando, nonostante le attenzioni, un ospedale ha un problema epidemico il lavoro diventa molto difficile, e non è esente anche da problemi di natura bioetica: non è infatti detto che la soluzione migliore sia quella di chiudere l’ospedale isolandolo dall’ambiente esterno, perché così facendo si toglie la possibilità ai cittadini che ne hanno bisogno di ricevere cure tempestive. Occorre ragionare di cosa chiudere, di quali interventi rinviare, e di cosa invece lasciare aperto, procedendo pertanto con il “treno in corsa” a ripristinare la situazione di normalità ovunque. C’è da dire che a livello piemontese e più in generale nel quadro complessivo il nostro ospedale ha ormai in maniera consolidata standard e controlli rodati, in grado di conferire un punteggio molto alto nel nostro settore.
27/06/2013
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