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Opinioni

Curve della mazza

Fare più figli per competere con chi ne fa troppi non mi sembra una grande idea per il benessere del pianeta
OPINIONI - Nelle ultime settimane ha avuto grande rilievo il movimento di giovani iniziato da Greta Tumberg e sfociato nelle allegre manifestazioni studentesche di venerdi 15 marzo in tutta Italia, e non solo, che hanno chiesto a gran voce al mondo degli adulti di affrontare concretamente il problema del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici. Come rappresentazione emblematica della velocità di questi cambiamenti potrei prendere la foto che ho scattato a fine febbraio in alta val Sangone: una motoslitta abbandonata a 1700 m di quota sulle pietre della mulattiera da cui la neve era rapidamente sparita.

Per una settimana il tema del global warming è stato al centro dell’attenzione dei media e della politica, tutti ne hanno scritto e parlato nei talk show, le cause sono state analizzate, i rimedi possibili discussi e valutati da personaggi competenti e meno. E’ tornata di moda la curva a “mazza da hockey” termine con cui nel 1998 era stata battezzato l’andamento a crescita esponenziale dell’aumento della temperatura media del nostro pianeta negli ultimi due secoli.

Un diagramma tipico può essere il seguente.

La maggior parte degli scienziati ritengono che le cause di questo fenomeno siano sostanzialmente attribuibili a processi antropici, legati cioè all’attività umana e al crescente consumo di energia che si è verificato dalla prima rivoluzione industriale in poi con l’immissione nell’atmosfera di sempre maggiori quantità di gas ad effetto serra prodotti dall’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas). Altri effetti antropici sono causati dalla produzione di metano degli allevamenti intensivi, dalla deforestazione e dall’uso di aerosol mentre fattori naturali sono la produzione spontanea di CO2 (vulcani) e metano (decomposizione di materiali organici, fusione del permafrost).

Bisogna dire, però, che l’effetto serra è proprio ciò che permette alla terra di avere una temperatura media “vivibile” senza gli sbalzi termici abissali che ci sarebbero se i raggi infrarossi, invece di essere trattenuti nell’atmosfera, potessero finire nello spazio siderale notturno. All’effetto serra l’umidità dell’aria contribuisce per il 70%, l’anidride carbonica per il 9-26%, il metano per il 4-9%, l’ozono per il 3-7%. L’aumento di questi gas ha ovviamente effetti sulla temperatura media della terra e di conseguenza sulla variazione del clima.

Per quanto riguarda le possibili azioni correttive l’attenzione degli scienziati e dei politici è concentrata sulla CO2 e sul metano il quale, pur essendo presente in concentrazioni molto più basse della CO2, ha un effetto serra 21 volte superiore. La correlazione tra concentrazione di anidride carbonica e temperatura è dimostrata da diagrammi come il seguente.


Perciò le iniziative ed i programmi di intervento puntano tutti sulla riduzione dell’uso di combustibili fossili nella generazione di energia elettrica, mediante impianti fotovoltaici, eolici o solari termici (gli impianti a biomasse, anche se consumano carbonio fissato dalle piante che hanno già assorbito CO2 e prodotto ossigeno, hanno l’inconveniente della produzione di polveri sottili che generano quindi altri problemi).

Più di recente è cresciuta l’attenzione sul metano prodotto dagli animali da carne, soprattutto bovini. Spesso si parla in modo specifico di allevamenti intensivi, ma il problema non sta nella concentrazione degli animali, ma nella loro quantità totale. Anzi gli allevamenti intensivi, grazie ad impianti industriali per il recupero del biogas sono migliori degli allevamenti all’aperto. Per questo aspetto, soltanto una modifica importante delle abitudini alimentari di una gran parte della popolazione mondiale verso diete a base essenzialmente vegetale (con conseguenze non piccole sull’industria alimentare) potrà produrre risultati sensibili.

Ma in tutte le discussioni che si sono svolte in queste settimane non è mai stato toccato un tema che, per quanto politicamente delicato e difficile da gestire, è a mio parere inevitabile. Esso costituisce l’altra vera curva a “mazza da hockey”.  Si tratta della popolazione mondiale che negli ultimi 2 secoli è aumentata di ben 7 volte, da circa 1 a più di 7 miliardi. È innegabile che se la popolazione fosse rimasta a 1 o 2 miliardi anche con i livelli di consumo energetico attuale tipico dei popoli sviluppati i problemi da effetto serra non ci sarebbero.


Sembrerebbe perciò logico che nell’elenco delle politiche globali da mettere in atto ci fosse anche l’implementazione di robusti sistemi di controllo delle nascite, particolarmente nei paesi più poveri dove il tasso di natalità è eccessivo, come mostrato qui sotto.

E, invece, nei grandi discorsi di questi giorni questo tema non è stato nemmeno sfiorato. Anzi.

Le previsioni dello sviluppo demografico fatte nel documento World Population Prospects 2017 indicano una quasi stabilizzazione della popolazione mondiale attorno agli 11 miliardi, di cui quasi 4 solo in Africa, nel 2100. Ma studi recenti sembrano prevedere che il massimo venga raggiunto prima e si limiti a “soli” 9 miliardi.

Questa notizia, e alcuni libri di recente pubblicazione, danno l’occasione a Massimo Calvi di pubblicare su Avvenire del 13 febbraio un articolo dal titolo sorprendente: “Analisi. Il nuovo allarme sulla Terra è lo sboom della popolazione”. E il giornalista ha il coraggio di scrivere: “oggi la grande emergenza planetaria non è più la crescita della popolazione mondiale, ma la sua implosione.”  Perbacco, devo essermi distratto un attimo e ho perso qualcosa di importante! Forse i giovani dimostranti e le loro ragioni me li sono solo sognati stanotte.

Poi l’articolista prosegue: “E anche per quanto riguarda gli effetti si può discutere a lungo: se c’è chi sostiene che più persone sul pianeta aumentano in modo drammatico la pressione sulle risorse disponibili, è anche vero che più intelligenze all’opera possono individuare soluzioni innovative. Lo stesso problema del riscaldamento globale è più una questione di tecnologie e modelli di sviluppo che di numero di abitanti della Terra e di consumo di risorse.”

“Certo, si possono immaginare effetti positivi come la riduzione dell’inquinamento, una minore pressione sulle risorse o una riconquista della natura in territori che si spopolano. Ma è tutto da dimostrare, considerato che il maggiore contributo alle emissioni di CO2 arriva dai consumi delle persone più ricche, a prescindere dai Paesi in cui vivono.”  Cosa vuol dire? Che occorre rendere povere le persone ricche in qualunque paese siano e impedire alle altre di stare meglio?

E conclude il quadro affermando: “Non serve la boccia di cristallo per capire cosa avviene quando la gente che vive in aree in declino demografico come l’Europa, o l’insieme dei paesi nell’Ocse, dove il numero medio di figli per donna è ampiamente sotto il tasso di sostituzione di 2,1, incrocia il suo destino con una popolazione molto più povera ma con tassi di fecondità assai più vivaci.”  Infatti non serve la boccia di cristallo, lo stiamo già vivendo oggi, ma fare più figli per competere con chi ne fa troppi non mi sembra una grande idea per il benessere del pianeta.

Oltre alle curve, forse ci sono anche idee della mazza...
1/04/2019
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it
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