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Interviste

Marforio: “Offriremo cure migliori, riducendo i costi”

La chiamano razionalizzazione, ma il timore di molti cittadini è di essere di fronte ad un “taglio netto” di presidi ospedalieri e assistenza. Per il direttore generale dell’Asl provinciale non è così: “punteremo sull’integrazione fra ospedali e territorio, con forti benefici per i pazienti”
Non è una rivoluzione, ma una riforma “a tappe” avviata da tempo, quella in corso sul fronte della sanità piemontese. In provincia di Alessandria il direttore generale dell’Asl unica, Paolo Marforio (manager sessantenne con importanti esperienze in diverse realtà sanitarie regionali), a tre mesi dal suo insediamento, procede con gradualità nella direzione già tracciata dal suo predecessore Mario Pasino, oggi direttore della federazione zonale 6 (che comprende le Asl provinciali di Alessandria e Asti e l’azienda ospedaliera). Lo incontriamo per capire quale riorganizzazione ci attende nei prossimi mesi, e cosa cambierà concretamente per i cittadini/pazienti.

Dottor Marforio, partiamo dalle risorse: sono davvero così scarse? Di che cifra parliamo, per la sanità pubblica provinciale?
Certamente per la sanità, come per il resto della macchina pubblica, non sono anni floridi. In Piemonte le risorse 2011 erano circa 8 miliardi di euro, di cui 770 milioni destinati alla provincia di Alessandria, che pesa per circa l’8%. Sembrano tanti, lo so. Ma consideriamo che, al termine del piano di razionalizzazione già avviato lo scorso anno, e che dovrà completarsi entro la fine del 2014, si arriverà ad una riduzione complessiva di circa 1 miliardo di euro. Il che significa, su questo territorio, circa 80 milioni di euro in meno. Non sono briciole.

Dobbiamo quindi rassegnarci ad avere meno sanità, o comunque prestazioni pagate direttamente dai cittadini che ne necessitano?
No, è questo il punto vero, e l’obiettivo finale. Arrivare a migliorare il livello qualitativo delle prestazioni e dell’assistenza erogate, e al contempo risparmiare. E’ un binomio virtuoso e possibile, e siamo ben avviati.

Ci spiega come, con semplicità?
Percorrendo due direttrici. Da un lato puntando, come stiamo facendo, sul ruolo centrale delle federazioni zonali, che avranno il compito di farci risparmiare risorse, razionalizzando gli acquisti e le forniture, la gestione dei magazzini, gli investimenti in tecnologie sanitarie, trovando le migliori opportunità sul fronte delle assicurazioni e altro ancora. Noi, è noto, rientriamo all’interno della federazione zonale 6, che comprende anche l’Azienda Ospedaliera di Alessandria e l’Asl di Asti, e che è guidata dal dotto Pasino: che mi ha preceduto qui alla Asl, e che aveva già avviato percorsi importanti, ad esempio sul fronte della creazione di un unico magazzino. Credo che dalle federazioni, già nel 2013, potrà arrivare un contributo significativo.

La seconda direttrice è quella, temuta e fonte di continue discussioni, della razionalizzazione dei presidi ospedalieri?
Parlerei della loro messa in rete, e al contempo di una forte interazione con strutture di tipo territoriale non ospedaliero. Credo sia evidente a tutti che patologie complesse e delicate (un esempio: il tumore al colon) non possono essere affrontate e gestire in ogni singolo presidio ospedaliero: ci vorrebbe un investimento in risorse umane, strumenti e tecnologie oggi inimmaginabile. Nell’interesse del paziente, occorre che ogni reparto funzionante sul territorio raggiunga una determinata “massa critica” di interventi e attività, a garanzia di livelli di competenza e sicurezza eccellenti.

Quindi, in prospettiva, addio ai presidi ospedalieri, e tutti a curarsi ad Alessandria?
No, quelle in corso sono razionalizzazioni finalizzate ad erogare servizi migliori, e più specializzati. Naturalmente non potremo mantenere doppioni di reparti a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro. Stiamo lavorando in questa direzione, e l’obiettivo finale è che gli ospedali gestiscano i pazienti solo in fase acuta, con una forte integrazione con strutture assistenziali territoriali, e con l’assistenza di tipo domiciliare.

Facciamo una panoramica della situazione sul territorio, a “volo d’uccello”?
Volentieri, per punti cardine: l’ospedale di Valenza sarà riconvertito in struttura di continuità assistenziale, mentre Novi e Tortona diventeranno un unico presidio ospedaliero, con due sedi. Il che significa forte integrazione, ed eliminazione delle sovrapposizioni. Restano naturalmente entrambi i pronto soccorso, e quindi anche, in entrambe le strutture, quei reparti direttamente connessi all’emergenza. Per altri invece, come chirurgia, ortopedia o il dipartimento materno infantile (pediatria, ostetricia e ginecologia) occorrerà procedere a razionalizzazioni, che tengano conto anche delle soluzioni logistiche disponibili. Entro fine settembre dovremmo avere a disposizione tutti gli elementi per decidere.

Poi ci sono Ovada e Acqui Terme…
A Ovada già oggi il pronto soccorso è di fatto solo un punto di primo intervento, e tale resterà. Mentre i numeri della chirurgia generale sono francamente molto bassi, così come le sale operatorie presentano serie criticità. Ad Acqui, il punto nascita è sotto la soglia dei 500 parti, ma rimarrà. Naturalmente indirizzando altrove le nascite a rischio, che però spesso si rivelano tali sono in fase finale. Stiamo lavorando anche ad una razionalizzazione delle risorse infermieristiche dei reparti di unità coronaria e rianimazione.

Parliamo di personale dottor Marforio. Medici e paramedici, in particolare. Quanti sono, e sono sufficienti?
L’Asl ha circa 4.000 dipendenti complessivi, siamo credo l’azienda più grande della provincia. I medici sono circa 620, gli infermieri intorno ai 1.500, oltre a circa 380 operatori socio sanitari, e ad altre figure professionali specialistiche. Complessivamente un capitale di esperienza e competenza enorme, da valorizzare al meglio. Gli infermieri, in particolare, vengono regolarmente sostituiti in caso di conclusione di rapporti esistenti. Qualche razionalizzazione di primariato, in occasione dei prossimi pensionamenti, invece la faremo senz’altro: anche perché c’è il blocco dell’assunzione di primari imposto dalla Regione Piemonte.

Cosa c’è di vero nella voce che circola, secondo cui ai medici di famiglia potrebbe essere richiesto di lavorare 7 giorni su 7?
E’ una semplice ipotesi, non so se si andrà oltre. Naturalmente tutte le riforme, lavorandoci seriamente, sono realizzabili: occorre valutate però attentamente pro e contro. Offrire da parte dei medici di base un servizio 7 su 7 significherebbe, ad esempio, rotazione dei medici stessi: mentre sappiamo quanto pesi oggi il rapporto fiduciario con il proprio medico di famiglia. Certamente su questo fronte la situazione è mediamente soddisfacente, e si sta lavorando molto anche in direzione di una sempre più forte informatizzazione, in maniera da poter utilizzare le tecnologie a supporto e miglioramento dei servizi e delle prestazioni fornite ai cittadini.

Avere un ministro della Salute alessandrino è un vantaggio per il nostro territorio?
Mi pare che il ministro Balduzzi stia mostrando una forte sensibilità sia nei confronti di emergenze come l’Eternit, sia più in generale per la sanità piemontese nel suo complesso. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto delle diverse competenze e ruoli, come è giusto che sia.


27/08/2012
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