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Novi Ligure

"Tartufi, un monopolio di pochi dopo la creazione dei consorzi"

Secondo l'Associazione dei liberi tartufai, i consorzi riservano a poche persone la raccolta dei tartufi nelle zone più produttive. Lorenzo Tornato: "Chiediamo una moratoria per evitare che la ricerca dei tartufi diventi solo un business"
NOVI LIGURE – Un rapporto speciale con il proprio cane, opportunamente addestrato. Una approfondita conoscenza del territorio. Un pizzico di fortuna. Tanta pazienza. Buone gambe per scarpinare su e giù nei boschi. Sono questi gli ingredienti di base per ogni buon tartufaio. Ma sempre più spesso non bastano: con la creazione dei consorzi, infatti, sono quasi sparite le zone in cui – pagando il tesserino annuale – è possibile andare liberamente alla ricerca dei preziosi funghi.

Per Lorenzo Tornato [nella foto], presidente dell’Alt – l’Associazione liberi tartufai – si tratta di un vero e proprio monopolio: «Pochissime persone oggi hanno in mano la ricerca dei tartufi nelle zone più produttive della provincia di Alessandria. A Carpeneto, tanto per fare un esempio, 12 persone hanno l’esclusiva su 30 ettari di tartufaie, che producono annualmente 150-180 chilogrammi di tartufo bianco pregiato». La situazione però, è bene dirlo subito, è perfettamente legale, perché i trifulau hanno l’autorizzazione della Provincia e dei proprietari dei terreni.

Tutto comincia nel 2007, quando l’Ipla, l’Istituto per le piante da legno e l’ambiente di Torino, redige una classificazione del territorio regionale, indicando quali sono le zone più promettenti per la produzione del tartufo. In provincia di Alessandria si tratta di 7.400 ettari per il tartufo bianco e altrettanto per il meno pregiato scorzone, o tartufo nero estivo. «Peccato che si tratti solo delle zone potenzialmente vocate: quelle dove si può effettivamente trovare il tartufo sono non più di 1.500 ettari», spiega Tornato.
Con una legge del 2008, la Regione stabilisce che le Province possono concedere la creazione di tartufaie controllate, nel limite del 10 per cento della superficie individuata dall’Ipla. «In pratica, quel 10 per cento corrisponde alla metà dei terreni in cui effettivamente si può trovare il tartufo bianco», afferma il presidente dell’Alt.

Oggi, riferisce Lorenzo Tornato, su 740 ettari che la Provincia può concedere ai consorzi, ne sono già stati affidati 670. «Nel tortonese il 70 per cento dei terreni produttivi sono in mano ai consorzi, nel casalese saliamo addirittura al 90 per cento. E bisogna anche aggiungere i terreni privati recintati. In molte zone non è più possibile andare liberamente alla ricerca di tartufi».
Le tartufaie assegnate a consorzi sono 50, concentrate soprattutto nel Monferrato casalese, sulle colline tra Novi e Tortona, e in alcuni comuni tra Ovada e Acqui Terme. Ce ne sono ad esempio a Stazzano, Cassano Spinola, Borghetto Borbera, Sardigliano, Castellania, Sant’Agata Fossili, Garbagna, Avolasca e Costa Vescovato. Ma anche a Parodi, Carpeneto e Trisobbio.

Il problema è anche di carattere economico. «In provincia di Alessandria ci sono circa 1.500 tartufai, 200 dei quali fanno parte dei consorzi», dice Tornato. Se è vero, come sostiene l’Alt, che si sono accaparrati le zone migliori, i componenti dei consorzi possono spartirsi una notevole produzione di funghi. «Lo scorzone viene venduto a 50-70 euro all’etto, ma il tartufo bianco arriva a 400 euro – ricorda Lorenzo Tornato – Abbiamo chiesto alla Provincia di bloccare la creazione di altri consorzi e di non rinnovare le concessioni in scadenza. Serve una moratoria per evitare che la ricerca di tartufi diventi solo un business».
14/10/2018
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